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Mostra: dal 17/12/2015 al 31/01/2016 Paolo Pellegrin negli USA dei contrasti

Di Giulio Mandara

Un reportage che coglie le contraddizioni della società americana, tra Guantanamo e il confine USA – Messico, firmato dal fotografo di Magnum, premiato ripetutamente al World Press Photo

PAOLO PELLEGRIN ALLA LEICA GALERIE - Alla Leica Galerie di Milano si susseguono esposizioni anche di breve durata ma sempre dedicate ad autori celebri e/o tematiche significative: poco dopo Settimio Benedusi, e con una breve parentesi delle immagini di Stefano Guindani, “Do you Know”, raccolte in un libro di cui parleremo presto, da stasera e fino a tutto gennaio tocca a Paolo Pellegrin, membro dell'agenzia Magnum dal 2005 e uno dei più apprezzati e premiati fotografi italiani a livello internazionale.


 Diversi agenti di polizia perquisiscono una casa alla ricerca di un sospetto armato Northeast Rochester, NY. U.S.A. 2012, © Paolo Pellegrin

 


 Due uomini che cercavano di entrare illegalmente negli USA corrono lungo il letto asciutto del fiume Rio Grande nei pressi di Ciudad Juárez, in Messico, dopo essere stati scoperti dalla polizia di confine statunitense. El Paso, Texas. U.S.A. 2011, © Paolo Pellegrin

 

DOPPIO REPORTAGE DAGLI USA - La mostra si intitola “Another Country” e raccoglie trenta fotografie scattate nel sud ovest degli USA, ai confini col Messico, a partire dal 2010, e in parte alla baia di Guantanamo e al famoso carcere americano, fotografati a più riprese tra il 2006 e il 2012 (su Cuba peraltro è in corso a Milano questa mostra). Nell'insieme le due serie compongono un reportage sociale e di denuncia delle “contraddizioni presenti nella cultura statunitense: tra tensioni razziali e giochi di potere, tra violenza e senso di ribellione, tra maniacale controllo della polizia e apparente libertà per le minoranze presenti nel Paese”.


 Un giovane è trattenuto in arresto sul sedile posteriore di una macchina della polizia di Rochester. Rochester, NY. U.S.A. 2013,  © Paolo Pellegrin

 


Ashley and James, giovane coppia di senzatetto. Fresno, California. U.S.A. 2011, © Paolo Pellegrin

 

LE CONTRADDIZIONI AMERICANE - Il confine col Messico è punto di approdo di molti immigrati del Centro e Sud America che cercano di raggiungere gli USA (tra l'altro un richiamo indiretto al tema sempre attuale, anche in Europa, delle migrazioni). Paolo Pellegrin coglie la “violenza costante e quotidiana della società americana, la discriminazione razziale, il problema delle armi e le disparità economiche, la cultura della sorveglianza su poveri e immigrati”.
Dice l'autore: “Questi temi mi hanno affascinato, e dopo quel primo viaggio a sud-ovest sono tornato in America quasi ogni sei mesi. Non ero alla ricerca di una storia particolare, ma del tentativo di dare un senso a un ethos. Ho cercato di arrivare al nocciolo di qualcosa sull'America, il suo spirito e i suoi ideali, e i paradossi che contengono”.


Pistola. Tucson, Arizona. USA 2011, © Paolo Pellegrin

 


Famiglia a Northeast Rochester, NY. U.S.A. 2013, © Paolo Pellegrin 

 

L'AUTORE - Paolo Pellegrin è stato premiato al World Press Photo otto volte in meno di vent'anni, tra il 1995 e il 2013, e ha avuto numerosi altri riconoscimenti internazionali. Tra gli altri, la Leica Medal of Excellence nel 2001, il Kodak Young Photographer Award / Visa D'Or at Visa Pour l'Image nel 1996, la Robert Capa Gold Medal nel 2007.
Inoltre, ha visto pubblicate le sue fotografie su prestigiose testate internazionali e ha pubblicato diversi libri, tra i quali: 100 Photos of Paolo Pellegrin for Press Freedom (Reporters Sans Frontières, France, 2013); Paolo Pellegrin (Kunstfoyer der Versicherungskammer Bayern 2012); Dies Irae (Contrasto, Italy, 2011); Kosovo 1999-2000: The Flight of Reason (Trolley, USA, 2002); Cambogia (Federico Motta Editore, Italy, 1998) e Bambini (Sinnos, Italy,1997).

 

Informazioni
Another Country

Paolo Pellegrin
Leica Galerie Milano, via Mengoni, 4 (angolo piazza Duomo)
dal 17 dicembre 2015 (inaugurazione ore 18.30) al 31 gennaio 2016
lunedì 14.30 - 19.30 martedì - sabato 10.30 - 19.30 - domenica chiuso
Ingresso gratuito

 

INTERVISTA A PAOLO PELLEGRIN- In occasione della presentazione della mostra abbiamo potuto intervistare brevemente Paolo Pellegrin, e abbiamo parlato del suo lavoro e del mondo del fotogiornalismo. Ecco una sintesi (rielaborata) di cosa ci ha detto.

In questa mostra quasi tutte le fotografie sono in bianco e nero. Perché questa scelta?
Non c'è una preferenza particolare per bianco e nero o colore, la maggior parte delle volte uso il bianco e nero per diversi motivi. Da una parte perché mi sento parte di una tradizione di fotografi sociali che hanno lavorato in bianco e nero. Dall'altra perché il bianco e nero esclude un elemento di realtà e permette alla fotografia di esprimersi in maniera più simbolica, di parlare dello specifico e dell'universale nello stesso tempo, questo con il bianco e nero avviene più facilmente. Ci sono situazioni che invece “funzionano” a colori, o per motivi professionali, perché è richiesto dal committente. Non c'è una regola precisa, ogni volta è il contatto con la realtà che determina in certa misura anche come uno decide di fotografarla. 

Qual è il compito e il valore del reportage oggi?
Il compito del reportage è sempre lo stesso, provocare un dialogo con il lettore: questa la massima aspirazione che la fotografa documentaristica può avere. Non penso mai di voler cambiare il mondo, imporre un mio pensiero; penso che grazie a questo lavoro c'è la possibilità a volte di mettere in circolo dei pensieri, chi ama la fotografia ha pensiero, opinione, modo di intendere le cose. Una fotografia, in una mostra, o in un giornale, o in un libro, acquista una vita propria, staccata dall'evento e in parte anche dall'autore. Il reporter riporta delle testimonianze che diventano, o possono diventare, un modo di trasmettere informazioni su delle storie.


All'inaugurzione della mostra, il pannello con la serie dedicata a Guantanamo

 

Cosa ne pensi delle nuove regole del World Press Photo e dell'indagine che la World Press Photo Foundation ha fatto sul lavoro dei fotoreporter?
Da questa vicenda sono stato toccato anche io, è una storia allucinante, un giorno parlerò più ampiamente… penso che in questa ultima edizione (il World Press Photo 2016, ndr) arriva, anche se un po' ritardo, un tentativo di “registrare” dei problemi che è molto benvenuta. Questa fotografia non è presentazione del reale, che è troppo più complesso, ma è importante che non ci siano manipolazioni, l'unica è che il fotografo sia presente in un luogo - la mera presenza che comunque modifica la situazione, ma che non si può evitare. Oltre a quello non dovrebbero esserci manipolazioni. Purtroppo in questi anni io sul campo ho visto di tutto, spesso anche nei concorsi, foto troppo alterate, costruite, non solo con il ritocco, ma con il ricreare situazioni.

Qualche anno fa il Chicago Sun Times ha licenziato i fotorepoter e ha chiesto ai giornalisti di fare loro le foto con lo smartphone. Un tuo commento?
Questa vicenda (di cui abbiamo parlato qui, ndr) nasce da un equivoco culturale, intellettuale, non capire fino in fondo qual è il lavoro del fotografo, non semplicemente il riprodurre una cosa che viene di fronte, ma fare un commento sul reale, su quello che c'è. Quindi va bene tutto, anche che licenziamo i fotografi e insegniamo ai giornalisti a usare lo smartphone; però sicuramente c'è un impoverimento dal punto di vista del linguaggio, non solo del ruolo dei fotografi ma anche tout court.

Va bene anche lo smartphone?
Sicuramente lo smartphone è valido, tutto è valido non è mai stata la macchina fotografica ma il fotografo, quello che si vuole dire. Robert Frank negli anni Cinquanta faceva foto mosse, sgranate, oblique, che per la maggior parte non venivano capite, anzi anche contestate, e poi invece si vedono foto con tutto un altro linguaggio, un altro modo di vedere.

Hai mai corso dei rischi per realizzare le tue foto?
Sono un po' di anni che vado negli USA, 2 – 3 volte anno, non c'è fine, è un lavoro aperto, una serie di temi per me importanti, che porto avanti. Non per questo progetto ma per altri c'è una componente di rischio: sono tornato l'altro ieri da un mese in Iraq...

Un consiglio per aspiranti fotografi professionisti?
Siamo tutti fotografi, la fotografia è accessibile, abbiamo lo smartphone in tasca, in realtà l'analogia è quella con lo scrivere: tutti siamo alfabetizzati, di Nabokov ce n'è pochi. La fotografia è un linguaggio apparentemente facile ed immediato ma in realtà imparare ad esprimere, dire delle cose precise, profonde, non è facile. E la fotografia cambia, cambia come noi cambiamo, la vita ci cambia, Il mio consiglio è  di mettercela tutta, il lavoro, come nella bottega rinascimentale, dove si stava lì 18 ore al giorno, con il pennello, il bianco sulla tela, poi uno diventa padrone di questo linguaggio, con l'etica del lavoro.


Paolo Pellegrin all'inaugurazione di "Another Country"

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