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Storie di storytelling

Di Giulio Mandara

Simona Ghizzoni e Giulio Di Sturco, entrambi Canon Ambassador italiani e vincitori del World Press Photo, hanno raccontato la loro esperienza e illustrato i loro lavori al Museo della Scienza di Milano. Tanti spunti per chi vuole intraprendere questa strada, non facile ma appassionante

MITI DA SFATARE - Storytelling: una parola che va di monda, un po' inflazionata, affascinante. Ma poi quando ne parlano due fotografi come Simona Ghizzoni e Giulio Di Sturco, entrambi vincitori del World Press Photo, e due dei “meno di dieci” Canon Ambassador italiani, si sfatano tanti miti.

UN LAVORO LUNGO - Il primo è che si vince con uno scatto colto al volo, con il colpo di fortuna. Almeno nel loro caso, gli scatti premiati fanno parte di una serie, di una storia, di un progetto realizzato nel corso del tempo, anche lungo. Tre anni, nel caso del lavoro di Simona Ghizzoni presso Todi, nella struttura residenziale per giovani (ragazze ma anche ragazzi) anoressici. In una situazione del genere, si entra in punta dei piedi, si crea la fiducia, il legame, l'amicizia, si concorda un progetto fotografico. Di modo che poi, quando Simona ha mostrato gli scatti realizzati, nessuno è stato rifiutato. Con una di queste foto Simona Ghizzoni ha vinto il World Press Photo 2008.


Simona Ghizzoni (foto Canon)

 

RITOCCO ESSENZIALE - Lo ha rivinto nel 2012 con un lavoro su Gaza. Città purtroppo sempre teatro di guerra, che in molti hanno raccontato. Lei lo ha fatto documentandosi prima per conoscere la realtà che andava a vedere, per poterla interpretare, con la fotocamera, dal proprio punto di vista. Cercando di ottenere il massimo dalla sua reflex Canon, intervenendo solo con le correzioni canoniche – le stesse della camera oscura – in post produzione. Anche perché Simona non è particolarmente amante della tecnologia, ed è una che si è formata quando ancora, seppure per poco, era diffusa la pellicola.

AVVICINARSI AL VERO - Emerge inevitabile la domanda: quanto è vera una foto documentaristica del giorno d'oggi? Quanto si può modificare? Secondo Simona Ghizzoni, non più di quanto lo si facesse in camera oscura. La fotografia è già scelta, non è realtà assoluta. Si sa, e l'osservatore/ lettore impara a fidarsi della buona fede del fotografo. Che è messo alla prova perché, a differenza di un tempo, non è l'unico a poter sapere come sono andate veramente le cose, ma si sottopone al giudizio di migliaia di potenziali smentitori. Oggi se alteri decisamente i fatti vieni smentito subito, praticamente in diretta.

IL TALENTO NON BASTA - Studio, preparazione, pazienza, disciplina. Occorre tutto questo, oltre al talento, per emergere nel fotogiornalismo. Lo sa bene, e lo ribadisce più volte, Manila Camarini, photo editor di D di Repubblica e giornalista professionista proprio perché per scegliere l'immagine da affiancare alla notizia non basta conoscere bene la fotografia, bisogna conoscere altrettanto bene il giornalismo e le sue regole.


Manila Camarini (Foto Canon)

 

NON CI CAMPI - Progetti come quelli raccontati da Simona Ghizzoni e Giulio Di Sturco sono lunghi, non sono di quelli con cui si sbarca il lunario. Ma sono quelli che fanno fare il salto di qualità quando permettono di vincere premi prestigiosi come appunto il World Press Photo. Sono progetti in cui si segue una passione, uno stile, o li si ricerca, mentre si lavora su commissione per vivere.

PASSATO, PRESENTE E FUTURO - Anche Giulio Di Sturco, erede di generazioni di fotografi, ha iniziato col fotogiornalismo di cronaca, in cui devi portare a casa la fotonotizia richiesta dal giornale. Poi si è dedicato ai propri progetti a lungo termine, viaggiando anche dove voleva lui. Come l'India per il progetto sul Gange. Un fiume che sintetizza molti problemi mondiali del giorno d'oggi, dallo scioglimento dei ghiacciai (alla sorgente del Gange) all'inquinamento delle città e delle acque, dal confronto di diverse sensibilità religiose alle migrazioni (sul delta, a causa delle alterazioni avvenute nell'ambiente che non consente più la sussistenza).


Giulio Di Sturco (foto Canon)

 

IL MICROCOSMO GANGE - Fare del fiume il soggetto di un racconto significa innanzitutto dilatare i tempi della ripresa, perché apparentemente non c'è un divenire, uno sviluppo di una storia, come quando si segue una persona che può fare tante cose diverse. Il fiume è al centro di un mondo che converge su di lui, dipende da lui, ma di per sé non fa altro che scorrere verso il mare. Protagonista di un progetto come quello sul Gange diventa la vita intorno al fiume. Della natura e degli uomini. Il resto lo fa l'immagine stessa: una zona di acque inquinata tanto da apparire come una bambagia nuvolosa, per poi scoprire che qualcuno tutte le mattine si occupa di pulirla. Una montagna di panni da lavare, nel fiume, quelli della clientela di un hotel vicino in una grande città lungo lo stesso Gange. E così via.

LE CITTÀ AEROPORTO - Come ha giustamente notato un ascoltatore dal pubblico, i tre progetti proposti da Giulio Di Sturco sintetizzano passato, presente e futuro. Il primo, naturalmente, il Gange. Il presente è rappresentato da Aerotropolis, il progetto sulle città aeroporto, o meglio città del futuro, asettiche e finte, ma realmente abitate, sorte intorno ad alcuni grandi aeroporti e in funzione degli aeroporti, per sfruttare al massimo il profitto economico che può derivarne. Sembra il set di un film, invece è vero. E da un'immagine come quella di una signora di una certa età che guarda fuori dalla stanza d'albergo in un grattacielo scopri anche l'importanza della didascalia. Quando ti spiegano che questa signora è stata portata per la prima volta dal suo villaggio alla città postmoderna e che il mondo da così in alto non l'aveva mai visto, e che è rimasta a guardare fuori da quella finestra per intere ore, il sentimento di fronte alla stessa immagine cambia.

SOFIA L'UMANOIDE - L'ultimo progetto, quello rivolto di più al futuro, riguarda l'umanoide Sofia. Che Giulio Di Sturco ha cercato di ritrarre come se fosse un essere umano. Per lei ha fatto shopping, ha scelto i vestiti, quasi, accenna tra le righe, se ne è un pochino invaghito….Fino a ottenere che reagisse alle sue fotografie, cioè che capisse, dopo tre giorni di riprese, che la stavano fotografando. E guarda in camera. Quella diventa la copertina del primo numero del 2018 di D di Repubblica. Proprio perché quando il protagonista della storia di copertina guarda in camera, inconsciamente chi poi legge la storia dà più credito a ciò che viene raccontato, soprattutto dai personaggi celebri.


Una foto dell'umanoide Sofia proiettata sopra il tavolo dei relatori (foto Canon)

 

ME LO FACCIO BASTARE - Suggestivo e istruttivo infine il video del backstage delle riprese di Sofia: Giulio si aspettava una camera enorme e asettica, si è trovato a scattare in un sottoscala, con pochissimo spazio (e tempo) a disposizione. Anche dalla capacità di affrontare l'imprevisto e portare a casa il lavoro si riconosce il professionista. Giulio Di Sturco è stato il primo ad aver potuto fotografare l'umanoide Sofia là dove nasce. Anche nella valigia in cui viene messa per essere portata ai vari eventi in cui viene presentata al grande pubblico in giro per il mondo. 

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Commenti

Mi sono trovato nella stessa

Mi sono trovato nella stessa platea del giornalista di Fotozona, Giulio Mandara, bravo un ottimo articolo.:-)

Ritratto di giordano349
di giordano349

Iscritto dal 22 novembre 2013

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