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Anja Niedringhaus

Morire di fotografia

Di Giulio Mandara

Ha fatto notizia sui media di tutto il mondo l'uccisione in Afghanistan della fotoreporter tedesca Anja Niedringhaus, per la sua fama di professionista, vincitrice anche di un premio Pulitzer, e per le circostanze della sua morte; è la 32a vittima nella storia dell'Associated Press

ANJA NIEDRINGHAUS - La fotoreporter tedesca Anja Niedringhaus, uccisa da una sparatoria in Afghanistan venerdì 4 aprile scorso, è la 32a vittima nello staff della Associated Press dall'anno di fondazione dell'agenzia, nel 1846. La sua uccisione ha fatto notizia sui media internazionali per vari motivi. Perché è avvenuta in Afghanistan alla vigilia di elezioni presidenziali e parlamentari che nella speranza di molti dovrebbero segnare il passaggio del Paese verso il regime democratico: la Niedringhaus, insieme alla collega giornalista Kathy Gannon, 60 anni, rimasta gravemente ferita ma sopravvissuta, uno dei pochi giornalisti ammessi nel Paese nell'epoca del potere dei talebani e che aveva delle fonti negli stessi gruppi talebani. Le due giornaliste erano al seguito (“embedded”) di un gruppo di persone che distribuivano le schede elettorali a Khost, città nella parte orientale dell'Afghanistan.


Anja Niedringhaus a Roma nell'aprile 2005 (foto: AP)

PRIMI GIORNALISTI VITTIME DELLA POLIZIA AFGHANA - Si tratta del primo caso di attacco da parte delle forze di polizia o militari afghani contro giornalisti stranieri, mentre era già capitato che attaccassero truppe che collaboravano con le forze di sicurezza del Paese, contro sospetti infiltrati talebani, o contro afghani che si erano opposti alla presenza delle forze internazionali nella loro patria. Viaggiavano insieme a un traduttore e un cineoperatore della Television News di Associated Press, che ha testimoniato la vicenda. Questa volta a sparare contro la loro auto è stato un ufficiale di polizia, che si sarebbe tra l'altro fatto prestare un fucile d'assalto da uno dei suoi sottoposti; a dirlo è il capo della polizia di Khost, Fraizullah Ghyrat, e che il poliziotto avrebbe agito per vendicare un bombardamento della NATO avvenuto nella provincia di Parwan, da cui viene.
Il portavoce dei talebani ha declinato ogni responsabilità, perché in effetti i talebani avevano minacciato azioni contro la tornata elettorale in Afghanistan, e quindi si sospettava che l'azione fosse voluta da loro; mentre il vero responsabile si è poi arresto ad altri poliziotti ed è stato arrestato; il presidente Karzai ha promesso di far aprire un'indagine sulla vicenda, oltre a esprimere il dolore per la morte della Niedringhaus e augurarsi il pronto ristabilimento della Gannon. Messaggi di cordoglio vengono anche da Angela Merkel e dalla Casa Bianca.

LA GUERRA RACCONTATA DALLA PARTE DELLE VITTIME - Anja Niedringhaus e Kathy Gannon avevano lavorato insieme più volte dal 2001, anno dell'intervento USA in Afghanistan subito dopo l'11 settembre, e si erano concentrate sull'impatto che la guerra aveva avuto sulla popolazione civile, come dimostrano le foto scattate dalla Niedringhaus, un ragazzo afghano sull'altalena con un mitragliatore giocattolo, un iracheno che dà una bottiglia al suo bambino mentre attende il rilascio dei detenuti, un marine USA in lutto per la morte di 31 compagni. Una ragazza che prova gli arti artificiali, mentre la sorella prova (per scherzo) a rubarle le stampelle, un soldato canadese con un fiore incastrato nell'elmetto...
Noi italiani possiamo ricordare Anja Niedringhaus anche per un'altra serie di foto, scattate a Nassirija dopo la strage del 12novembre 2003, costata la vita a 19 italiani.


Il marine USA Burness Britt davanti alle foto dell'evacuazione, 13 dicembre 2011, Hunter Holmes Medical Center in Richmond, Va. (foto: Anja Niedringhaus /AP)


Un soldato superstite della strage di Nassirija, dopo l'attentato alla base italiana del 12 novembre 2003 (foto: Anja Niedringhaus/AP)

 

LA CARRIERA PROFESSIONALE - Per la Niedringhaus il mestiere di fotoreporter era una vocazione. Aveva cominciato a soli 16 anni nella sua GermAnja, a Hoexter, come freelance, aveva lavorato per la European Photo Press Agency, era passata all'Associated Press nel 2002, avendo come base Ginevra, ma viaggiando nelle zone calde delle guerre. A lei si devono immagini celebri della guerra in Iraq, nei Balcani, in Pakistan, oltre che in Afghanistan. Paese in cui oggi torna a salire la tensione, e il rischio per giornalisti e fotografi, uccisi anche di recente.


Un poliziotto afghano corre per saltare sull'auto dei talebani che hanno attaccato il quartiere generale della principale commissione elettorale alla periferia diKabul,, sparando con granate e pistole di grosso calibro da una casa all'esterno dell'area del quartier generale, 29 marzo 2014.

LA PERSONALITÀ E I PREMI - Lei, testimoniano i colleghi che la conoscevano, come il vicepresidente e direttore della fotografia dell'AP Santiago Lyon, credeva davvero nella necessità di essere testimone in prima persona; il presidente dell'agenzia, Gary Pruitt, la ricorda “vivace, intrepida, con una indimenticabile risata rauca”; e durante una sua mostra a Berlino nel 2011 la stessa Anja aveva dichiarato “a volte sto male perché penso che potrei lasciare il conflitto e tornare a casa”. L'impegno di Anja, che i colleghi prendevano ad esempio, come ricorda il collega David Guttenfelder, le era valso nel 2005 il premio Pulitzer per la categoria Breaking News Photography e molti altri riconoscimenti, uno dei quali dall'International Women's Media Foundation, non a caso il premio “Courage in Journalism”.

MORIRE DA REPORTER - Il livello del rischio per chi lavora in Afghanistan come reporter nel periodo di queste elezioni è pari a quello dell'Iraq negli anni della guerra, o come l'attuale situazione della Siria. A inizio marzo un gruppo di talebani ha ucciso un giornalista svedese Nils Horner. Durante una sparatoria avvenuta in un ristorante il 21 marzo sono rimaste uccise 9 persone, tra cui Sardar Ahmad, stimato giornalista dell'Agence France-Presse, con la moglie e due dei tre figli.
Fare il giornalista, e il fotografo in particolare, in certe condizioni continua a significare avere la vita difficile e anche rischiare di perderla, come in questo caso; l'abbiamo già visto. Ma sono tanti i fotografi che non si tirano indietro: un esempio l'abbiamo visto qui.

Fonte: Associated Press

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