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Andrea Rocchelli

Andy Rocchelli, il coraggio di un fotoreporter

Di Giulio Mandara

Ancora una vittima del reportage fotografico in zone di guerra, che ha portato alla notorietà del grande pubblico un giovane freelance ucciso in Ucraina. Alcune considerazioni e il suo racconto

LA MORTE DI ANDREA ROCCHELLI - Se non si trattasse di una vittima della guerra, e del suo lavoro sul fronte del conflitto in Ucraina, difficilmente i media si sarebbero occupati di Andrea Rocchelli. Un altro fotoreporter caduto sul lavoro, sabato scorso, 24 maggio. Eppure anche lui faceva parte del mondo dei media, ma dei fotografi I mass media parlano raramente, forse anche perché I documentaristi sono concorrenti di alcuni di essi come fonte d'informazione. Qui invece se ne parla, anche perché il luogo, Sloviansk, nella regione di Donesk, Ucraina orientale, è quasi quotidianamente sotto i riflettori dei media europei, certamente italiani.


Andrea Rocchelli (a destra) e Andrey Mironov, uccisi sabato scorso in Ucraina

 

TERZO FOTOGRAFO UCCISO IN POCHI MESI - A poche ore dai fatti quindi la notizia è nota, anche se in questo caso alle cinque domande del giornalismo classico (chi, cosa, quando, dove, perché) manca la risposta alla prima. I filorussi accusano l'esercito ucraino, che avrebbe sparato colpi di mortaio raggiungendo lui e il suo interprete russo, un altro Andrea, Andrey Mironov, 54 anni. La morte di Andrea Rocchelli ci colpisce, forse più ancora di quelle recenti di Anja Niedringhaus e di Camille Lepage, perché si tratta di un italiano. La cronaca si può leggere sui principali giornali: un taxi su cui viaggiavano i due crivellato di colpi di armi automatiche, un altro giornalista, francese, rimasto ferito nello stesso attacco e testimone dei fatti.


Qui sopra e di seguito, alcune foto da un reportage di Rocchelli a Kiev (da Cesura.it)

 

CHI ERA - Qui resta lo spazio alla riflessione, il dovuto omaggio ad Andrea Rocchelli, e la curiosità di conoscere meglio questo giovane professionista, appassionato del suo lavoro, e della verità che il lavoro gli permetteva di documentare, fino a rischiare la vita. Un'imprudenza calcolata, se si vuole. Ma i suoi amici e colleghi freelance del collettivo di CesuraLab, a Pianello, vicino a Piacenza, di cui era tra i fondatori, non ci stanno a sentirlo bollare come incauto. Andy di anni ne aveva trenta, e un figlio di due, ed era appassionato e competente nel suo lavoro. E onesto. E impegnato per i diritti civili: nato a Pavia e dopo aver studiato al Politecnico di Milano, Rocchelli aveva lavorato per la Grazia Neri Photo Agency. Dal 2008 ha cominciato a documentare nei suoi scatti, l'Italia, il fenomeno delle veline nella TV commerciale, ma anche la formazione dei sacerdoti nei seminari e la cronaca calabrese. Poi si è spostato all'estero, fissando nelle sue immagini gli abusi sui civili in vari luoghi dell'orbita ex-sovietica: nel Caucaso, in Cecenia e in Daghestan.
Poi è stata la volta della primavera araba, dal 2011: la Tunisia e la Libia ancora una zona calda, raccontata dai grandi media che però mettono in primo piano il video sulla singola immagine. E infine l'Ucraina Andrea però faceva qualcosa che i cineoperatori non sempre fanno (anzi, raramente): tornava sul luogo de fatti di cronaca (nera) a distanza di tempo, per approfondire, per trovare qualcosa di più, andare oltre, come ricorda Max Ferrero nell'editoriale che gli dedica.
Rocchelli ha lavorato ancora tra Mosca e Milano, da dove scriviamo, e ha lavorato per le ONG, ma anche pubblicato per Newsweek, Le Monde, The Wall Street Journal, Novaya Gazeta, giornale per il quale ha realizzato un reportage insieme ad Andrej Mironov, pubblicato il 19 maggio. Era tornato in Ucraina da pochi giorni, dopo un passaggio in Italia. Prima aveva fotografato gli scontri di piazza a Kiev.

 

NOTORIETÀ POSTUMA - Saranno ora i suoi amici, Luca Santese e Gabriele Micalizzi, tra gli altri, a riportarne a casa la salma. A noi non resta che ricordarlo con le sue foto, il suo lavoro, la sua passione. Foto che, denuncia un grande autore contemporaneo, Francesco Cito, per alcuni grandi media, che non raccontano la realtà nella sua durezza, valevano poco o niente, neanche un euro. Salvo celebrarlo al momento della scomparsa. Possibile che il valore umano e professionale, in questo caso di un fotografo, debba essere riconosciuto sempre e solo quando (e perché) muore, o peggio viene ucciso? 
Da ultimo, lasciamo la parola a lui, in un video di due anni fa in cui si racconta.

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Commenti

Era il suo lavoro. Lo aveva

Era il suo lavoro. Lo aveva guidato la passione, la voglia e la curiosità di scoprire, conoscere e far conoscere. Noto la grande differenza tra i contenuti informativi delle immagini dei fotoreporter sul campo, che oserei dire appaiono quasi "crude", rispetto ai servizi giornalistici "standard"...Si respira il "vero". Questo senso del "vero" e "reale" appartiene alla bravura del fotografo.

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