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Lezioni di fotografia

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Creatività Il sistema zonale nel mondo digitale

Di Max Ferrero

Una tecnica storica di esposizione che anche in piena era digitale conserva una propria validità. Si parte dalla tecnica, ma per arrivare a un risultato creativo tra scatto e post produzione

A COSA SERVE - Com'è strano parlare di tecnica in un capitolo totalmente dedicato alla creatività. Ancor più strano descrivere in modo chiaro ma semplificato un concetto intuito ed elaborato da Ansel Adams al finire degli anni '30 del XX secolo, ancora oggi totalmente applicabile e funzionante con le moderne tecnologie digitali e dal nome altisonante: il Sistema Zonale.


foto © Mauro Trolli

 

Un punto fondamentale della fotografia dove la massima tecnica e la matematica hanno saputo incontrare l'estro creativo. Ansel Adams, alla ricerca di una soluzione pratica che gli permettesse di estendere la latitudine di posa delle pellicole dei suoi tempi, cominciò a constatare e poi verificare che nel processo generale della fotografia analogica la fase di ripresa aveva un'influenza generalizzata su tutta la gamma luminosa ripresa, mentre la fase di sviluppo incideva in modo consistente solo sulle alte luci, cioè sulle parti scure del negativo. Distribuire le due fasi in modo coordinato avrebbe potuto permettergli di estendere o contrarre a piacere la latitudine di posa delle pellicole per adattarle alla scena reale o per alterare le luminosità della scena stessa che, a questo punto, sarebbe diventata molto diversa dal reale. Questo sistema prevede la compressione (solo concettuale) di un numero infinito di luminosità esistenti in sole 10 zone, ben contraddistinte e identificabili.

 

LE ZONE DI ADAMS - Nel grafico appena riportato diamo una rappresentazione visiva di che cosa descrivono queste 10 zone:
La zona 0 corrisponde al nero massimo ottenibile in stampa. Nessuna trama è visibile all'interno di questa "oscurità".
La zona 10 (X) è analoga al suo opposto 0, ma si riferisce alle luci. È il bianco massimo ottenibile, a volte condizionato dal tipo di carta che si usa per le stampe o dalla luminosità del monitor. Nessuna trama è presente.
La zona 5 (V) corrisponde al cartoncino grigio Kodak con grado di riflessione del 18%. Il famoso parametro "medio" su cui si basano tutti gli esposimetri delle macchine fotografiche vecchie e moderne.
La zona 1 (I) corrisponde a un nero profondo, ancora senza trame riconoscibili ma in cui è possibile cominciare a vedere una minima differenza di luminosità con la zona 0.
La zona 9 (IX) è analoga alla zona 1, come definizione, ma si riferisce alle alte luci.
La zona 2 (II) è la zona più scura della fotografia in cui è possibile cominciare a distinguere delle trame, delle forme e dei soggetti.
La zona 8 (VIII) è la zona di massima luminosità in cui si cominciano a distinguere oggetti, trame e piccoli segni visibili.
Dalla zona 2 alla zona 8 (7 zone) si ha l'effettiva latitudine di posa ottenibile in fase di stampa o con la visione a monitor.
Le zone 3 e 4 (III - IV) si riferiscono ai toni medi scuri, il 6 e il 7 (VI - VII) ai toni medi chiari.
Volendo potremmo fare degli esempi riguardanti oggetti che hanno riflessioni identificabili (sempre tendenzialmente) in una specifica zona. In fase di ripresa, ogni zona si distanzia da quella che ha adiacente di 1 stop fotografico. Ciò significa che c'è uno stretto rapporto con i parametri della macchina fotografica (tempi - diaframmi) ma anche con il grado di riflessione della luce. La pelle dei popoli occidentali, ad esempio, riflette il 32-38% della luce che la colpisce, esattamente il doppio del cartoncino Kodak che utilizziamo come parametro di comparazione. Ciò significa che se misurassimo l'esposizione solo sulla pelle del soggetto esso, riflettendo il doppio della luce del cartoncino, ingannerebbe l'esposimetro, facendoci ottenere una foto sottoesposta esattamente di 1 stop.  Sempre rimanendo in ambito "carnagioni", le pelli molto chiare e poco pigmentate cadranno in zona 7, quelle scure e olivastre in zona 5, quelle nere più profonde potrebbero estendersi fino alla zona 3.


foto: © Angelo Abate

 

IL SUO METODO - Nella sua precisa metodica espositiva, Ansel Adams scattava le fotografie con un banco ottico e negativo a lastra. Applicava l'esposizione che riteneva migliore interpretando i valori di luminosità misurati con l'intenzione creativa finale. Prendeva appunti meticolosi e per ogni singolo negativo applicava un procedimento di sviluppo personalizzato. In pratica esponeva per le ombre (cercando solamente zone scure che desiderava avessero una trama visibile, individuabile nella zona 2) e sviluppava per le luci giocando sui tempi di sviluppo contenendo o incrementando i toni chiari. Riusciva, attraverso il calcolo matematico, la creatività fotografica e la chimica applicata, a comprimere o a dilatare le luminosità della scena originale alterandone i toni, trasformando delle semplici riproduzioni di paesaggi esistenti in opere artistiche dell'anima, delle "realtà immaginate".


foto: © Roberto Orlando

 

DALLA REALTÀ ALLA FOTOCAMERA - Nel moderno mondo della fotografia digitale, l'ottenimento dei massimi risultati è legato alla capacità del fotografo di scegliere, caso per caso, se esporre per le luci o per le ombre. Nell'articolo precedente abbiamo parlato di ripresa fotografica e di come sfruttare la latitudine di posa dei sensori con le loro caratteristiche superiori alle vecchie pellicole. In questo nuovo capitolo affronteremo la postproduzione come ulteriore spiegazione sulla riproduzione o cambiamento dei toni.
La dicotomia fondamentale della fotografia è rappresentata dalla scarsità di toni riproducibili su una stampa o su di un monitor rispetto alla scena reale osservata in fase di ripresa.
In una scena reale possono convivere contemporaneamente oggetti dalle diverse riflessioni e con dissimili luminosità. Possono coesistere neri in ombra ben più scuri degli stessi neri in luce. Nelle stampe o nella visione a monitor avremo sempre un'osservazione che ha un'illuminazione costante e uguale su tutto il foglio o schermo. Se nella scena reale lo scarto di luminanza può arrivare a valori 1:10.000 (misura arbitraria solo per far capire la differenza di luminosità tra l'oggetto più scuro della scena e quello più chiaro), nella riproduzione finale il rapporto sarà 1:100 dove 1 sarà il nero più cupo, ottenibile dal tipo d'inchiostro usato e il 100 (sempre misure arbitrarie e comparative) sarà dato dal tipo di carta utilizzato. La fotografia dovrà eseguire una compressione tonale capace di ridurre lo scarto luminoso, oppure sarà costretta a perdere dei dettagli in determinate zone della scena, o le zone più scure o quelle più chiare oppure una porzione d'entrambe.
Sempre rifacendoci, alle prove effettuate nello scorso articolo, la Canon 5D MK III, con 9 stop di effettiva latitudine di posa, è capace di registrare uno scarto di luminanza pari a 1:512 (partendo dal valore 2 raddoppiate per nove volte i valori ottenuti - 2 - 4 - 8 - 16 - 32 - 64 - 128 - 256 - 512), un valore ben superiore alla capacità di restituzione dei toni della carta da stampa ma notevolmente inferiore alla luminosità di una scena normale.
Un esempio di come comportarsi in situazioni limite lo possiamo osservare meglio nelle due foto seguenti:

Nella prima, la foto originale non ritoccata, notiamo la perdita d'informazioni sulle alte luci del cielo (scattata in formato RAW - 1/60 f/8 a 100 ISO). In fase di ripresa ho individuato che la zona più scura che mi serviva erano le pieghe della veste del monaco, zona 2, le luci avrebbero dovuto rientrare nella zona 8 se avessi voluto salvare le nuvole e le sue interessanti trame luminose. Non c'era il tempo per compiere una misurazione esposimetrica di precisione. Ho quindi puntato l'esposimetro verso le luci e il valore restituito (zona V) l'ho sovraesposto di 3 stop (portandolo, di fatto, a zona VIII) fiducioso di non perdere le ombre visto che si trattava di un controluce ma con intensità non proibitiva e visto che la tolleranza dei sensori è maggiore nelle ombre rispetto alle luci.
Il primo intervento di postproduzione, visibile nel secondo scatto, è stato realizzato nello stadio chiamato giustamente fase di sviluppo (di solito effettuato con programmi specifici per elaborazione di file RAW), ha il compito di recuperare tutti i toni che ci servono per la foto finale. Questo è possibile con file RAW che hanno un'effettiva estensione di toni superiore alla stessa visione proposta dai monitor, hanno cioè più informazioni di quanto un monitor possa restituire. Possiamo osservare come le trame nelle luci siano state recuperate completamente e le pieghe del saio siano state persino rafforzate rispetto alla scena originale.
Una volta ottenuto il negativo digitale ottimale è prassi esportare il RAW in un file elaborabile da un programma di fotoritocco come Photoshop. Il metodo migliore è un file tif o psd a 16 bit (massima capacità di mantenere informazioni su luminosità e toni) per poi procedere alla stampa finale apportando tutte le modifiche che solo ed esclusivamente un gusto personale può decidere a priori.


Foto Comparazione

 

In questa immagine potete osservare una scelta personale in cui indico le zone che non mi soddisfano e anche i parametri da modificare. Alle zone di Adams ho aggiunto i valori tonali attuali e quelli da ottenere a elaborazione ultimata.

SISTEMA ZONALE E ISTOGRAMMA - C'è una certa relazione tra le zone del sistema zonale sull'analogico e quello digitale. Nella scala di Ansel Adams inseriamo i valori tonali presenti negli istogrammi delle fotografie digitali e avremo dei valori di comparazione tra le due scale:

 

Dato che gli istogrammi hanno 256 livelli di luminosità diversi, se li dividiamo per le 11 zone del sistema zonale, avremo un risultato che ci indica che dopo 23,27 livelli diversi (in media) passeremo a una zona successiva o precedente. Lo scostamento tra le zone è meno pronunciato nelle aree laterali. Visivamente è già possibile notare dei cambi di toni con soli 10 livelli di luminosità diversi, pertanto i passaggi da zona 0 a 1 e da zona 9 a 10 hanno numeri più compressi delle corrispondenti altre zone.

 

Con Photoshop le possibilità di ritocco dei toni sono infinite, ma con le curve è possibile documentare meglio il concetto di cambio di zona attraverso l'osservazione dei numeri di input e output.
Nella foto Comparazione abbiamo indicato che lo spicchio di nuvola in controluce avrebbe dovuto passare da tono 202 a tono 150. Basterà applicare alle finestre indicate nel comando Curve di Photoshop il valore luminoso d'entrata (input, cioè quello originale) e quello di uscita desiderato (output).
Si procede quindi per ogni singolo punto elaborato e si applicano le modifiche desiderate generando, ogni volta, una nuova immagine su un successivo livello. Ovviamente facendo così si genereranno numerose foto una diversa dall'altra. Il gioco finale sarà quello di fonderle insieme tenendo i toni scelti sostituendoli a quelli ottenuti in ripresa. Questo è puro fotoritocco e occorrerebbe un libro a parte per descriverne tutti i passaggi. "L'importante è capire la direzione, la strada da intraprendere è nelle mani di chi intende incamminarsi".


PRIMA


DOPO

 

ANSEL ADAMS - Ansel Adams viaggiava trasportando pesanti attrezzature e decine di chassis caricati con le lastre sensibili utili a realizzare le sue opere.
Trovandosi di fronte al luogo desiderato (di solito sceglieva proprio le scene più difficili dal punto di vista dell'esposizione e della latitudine di posa) misurava metodicamente le esposizioni delle varie zone: in tal modo riusciva a capire l'estensione di luminosità della scena. Sceglieva quale fosse la zona più scura da mantenere dettagliata (zona 2) e adattava i rilievi esposimetrici per ottenere ciò che desiderava. Se, ad esempio, sulla zona scelta come zona 2 l'esposimetro avesse indicato 1/15" a f/4 avrebbe alterato i parametri sottoesponendo di 3 stop per riportare la zona 5 misurata dall'esposimetro alla zona 2 voluta. Avrebbe potuto, sempre ad esempio, scegliere d'impostare 1/60" a f/5,6, proprio 3 stop di chiusura in più per ottenere una sottoesposizione "mirata". Le luci, invece le avrebbe dominate in fase di sviluppo. Qui spiegare come avrebbe lavorato effettivamente diventa più difficile. In genere bastava cambiare il tempo di sviluppo; ma ciò non è preciso, perché, utilizzando la chimica, aveva anche la possibilità di agire sulla temperatura o sulle caratteristiche uniche di alcuni reagenti che solo lui conosceva alla perfezione. Il vero metodo zonale è forse scomparso con lui nel 1984, ma il concetto generale del controllo metodico dell'esposizione e conseguente postproduzione in funzione del proprio desiderio creativo è rimasto intatto e perfettamente ottenibile anche con il metodo digitale.

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Commenti

articolo pieno, ricco,

articolo pieno, ricco, completo di tecnica..dico che dal paragrafo 2 non ci ho capito un granchè :-)))))..ma non dipende dalle tue doti di esposizione dei concetti neh

Ritratto di scaraluca
di scaraluca

Iscritto dal 08 marzo 2013

Vorrà dire che ti fermerai

Vorrà dire che ti fermerai alla prima parte del libro eheheheh ogni 2 o 3 anni lo rileggerai per vedere se sei riuscito a passare oltre... la stessa cosa la faccio io con il libro Siddharta!!

Ritratto di ironwas
di ironwas [maestro]

Iscritto dal 17 novembre 2009

Concetti sempre

Concetti sempre chiari.
Questi "padri" della fotografia erano proprio artigiani-artigiani.
La fotografia continuava anche dopo lo scatto...da sempre.
"L'importante è capire la direzione, "...
Si prova e si riprova per capire. Potendo e volendo.

Ritratto di ANGEL.ABBOTT008
di ANGEL.ABBOTT008

Iscritto dal 27 dicembre 2010

è bello

vedere che anche nel digitale, le tecniche si possono applicare comunque....Quello che manca è il tempo materiale.

Ritratto di Licitralessandro
di Licitralessandro

Iscritto dal 14 settembre 2016

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