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Lezioni di fotografia

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Teoria La Photosophia

Di Max Ferrero

Iniziamo un nuovo percorso - e un nuovo libro insieme - alla ricerca di nuovi approcci allo scatto, a partire dalle grandi domande di senso riportate all'ambito fotografico

PRIMO GIRONE - Lo so, il termine è formalmente sbagliato: se dovessimo stare alla sua etimologia, Photosophia significherebbe "la conoscenza della luce" (Phos = Luce - Sophia = conoscenza/sapienza), e sicuramente noi, poveri fotografi appassionati ma un po' ignoranti di lettere antiche, abbiamo interpretato il termine con il significato (totalmente errato) "sapienza fotografica". Continuiamo pure su questo errore etimologico, nessuno ci bacchetterà sulle mani e diventerà più facile interpretare ciò che leggerete a breve.
Il termine Photosophia rappresenta egregiamente quel gruppo di domande a cui la più nobile filosofia ha da millenni cercato di dare risposte: Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Solo che questa volta non ci incuneeremo nei meandri dell'anima o dello spirito umano, veleggeremo in superficie, nel mondo delle passioni e, al massimo, nei reconditi spazi della creatività fotografica. Cos'è in pratica questo concetto della Photosophia? È il significato e l'approccio che noi abbiamo nei confronti dello scatto, l'atteggiamento che teniamo nei suoi riguardi ancor prima di pigiare il pulsante di scatto. Sapere chi siamo, fotograficamente intendo, ci aiuta a individuare da dove arriviamo, di conseguenza potremmo beneficiare di preziose indicazioni su dove potremmo andare per migliorare ogni nostra creazione. Per la prima domanda: Chi sono, v'invito a leggere il box in fondo in corsivo, è la mia storia o almeno una sua parte. Ognuno di voi ne avrà un'altra, altrettanto interessante e che solo voi potete conoscere. Prendete spunto e acquisite curiosità attraverso il mio racconto. Per la domanda: Da dove vengo, continuate a leggere su queste righe, disvelerò un segreto semplice che ho, appunto, chiamato Photosophia. Per l'ultima domanda: Dove vado, dovrete aspettare le ultime righe di questo capitolo... saltare tutto per arrivare alla conclusione non potrà aiutarvi in nessun modo non è un giallo è un anomalo libro di fotografia.

IL CERCHIO FOTOGRAFICO - Cos'è un cerchio se non la rappresentazione grafica dell'infinito? È  un continuo fluire senza preciso inizio e tanto meno fine. La nostra vita è un cerchio, inizia in qualche punto indefinito e finirà chissà dove sempre lì dentro dopo chissà quanti giri, spesso passando dagli stessi errori più e più volte. E lo stesso avviene anche in fotografia, ma almeno in questo campo, più limitato e semplice della vita, ho la presunzione di poter dare qualche consiglio, di lanciare un salvagente temporaneo in grado di salvare i dispersi, i naufraghi o le persone in viaggio senza una precisa meta.

 

All'interno di questo cerchio "infinito" elencherò quattro punti specifici che intendono descrivere quattro precise motivazioni che ci trascinano a utilizzare la macchina fotografica. Esse sono le cause di ogni nostro scatto, sono gli impulsi che motivano ogni abituale realizzazione fotografica e manifestano il frutto di ogni nostro entusiasmo e sono spesso motivo di delusione.

 

Il primo punto lo raffiguriamo con il colore Rosso (il principio della vita, la passione, l'amore ma anche pericolo, sangue, fiamma o fuoco). Lo voglio descrivere come la zona del Ricordo. In quest'area è posto il desiderio ancestrale di tutta l'umanità: concentrare in uno scatto l'attimo di fugace presente, l'istantanea che congela l'irripetibile, la registrazione visiva di un momento che sappiamo già inconsciamente diverrà passato e perduto nel volgere di breve tempo. La fotografia stessa è nata, nel secondo decennio dell'800, con questa missione: ritrarre con la massima precisione un evento veramente accaduto, oppure le fattezze di una persona realmente vissuta. Quando prendiamo in mano una macchina fotografica per creare uno scatto dedicato al ricordo, non c'è bisogno di realizzare opere d'arte, il primo vero obiettivo è di renderle nitide e immediate. Per una giovane mamma, il ricordo legato a suo figlio ha necessità tecniche precise: che sia a fuoco, che abbia tonalità adatte, che sia equilibrata nelle luminosità, non sovraesposto e non troppo scuro e irriconoscibile, il mosso, ovviamente, sarà sempre un nemico mortale per questo desiderio fotografico. Non è importante se sullo sfondo compaiono oggetti o persone, il desiderio del ricordo permette di non accorgersi delle sfumature imperfette di una scena inutile, non perdona invece le mancanze tecniche o pseudoartistiche che impediscono di associare un'immagine statica al ricordo dell'esperienza vissuta.
Le fotografie scattate con questa prospettiva non possono e non devono essere criticate, vivono e hanno dignità per il solo fatto che impediscono lo svanire di un'azione avvenuta nel tempo. Il loro raggio d'azione è strettamente legato a chi ha vissuto o è direttamente legato a chi ha provato quei momenti. Le fotografie di ricordi altrui sono gli scatti più difficili da osservare, cosa si può dire o come si può commentare la memoria di qualcun altro? Un post-it fotografico? Nulla, ci ritroviamo così a commentare positivamente scatti senza interesse, assecondando l'autore pur di non dover iniziare discussioni che non sarebbero comprese. Per dirla in altro modo: il desiderio di osservare le foto ricordo è direttamente proporzionale al coinvolgimento storico che stiamo osservando, cioè quanto quella foto faccia parte anche del nostro ricordo. La foto del bambino di qualcun altro per noi sarà solo la fotocopia di un istante, istigandoci a cercare proprio nello sfondo qualche spunto di commento. Dal punto di vista professionale questa zona fotografica è ancora una delle più prolifiche e remunerative. Si richiede il fotografo professionista alla funzione di matrimonio, un po' meno al battesimo o alla cresima. Nei momenti importanti ed esclusivi della vita si richiede ancora la mano di un esperto che sia in grado di cogliere tutto senza il rischio di perdere nulla. Per i battesimi e le cresime, funzioni meno sentite e laicamente importanti, ci si sente sicuri delle proprie abilità convincendosi che la macchina fotografica digitale sia in grado di catturare la minima decenza dell'evento.
Per tutte le fotografie di ricordo basta anche solo uno smartphone, esso non ha sicuramente le capacità di registrazione di una macchina fotografica ma ha l'indubbia capacità di essere sempre presente e utilizzabile, di facile utilizzo e con una previsualizzazione a monitor molto simile al risultato finale.
Dal punto di vista creativo non ci sono consigli particolari, almeno nel primo giro del cerchio fotografico. Gli scatti realizzati in questa "zona" possono divenire interessanti o preziosi con lo scorrere del tempo. I volti e i corpi delle persone rimarranno immutabili mentre gli "originali" invecchieranno miseramente, in seguito le foto saranno ciò che rimane degli scomparsi e poi ancora, quando più nessuno sarà in grado di ricordare chi è stato ritratto, diventeranno importanti documenti delle cose fotografate. I vestiti, le macchine, gli oggetti saranno prove concrete di come si viveva o ci si abbigliava un tempo. Il ricordo può trasformarsi in storia ma ha bisogno di tanto, moltissimo tempo.
Scattare sempre e comunque azioni o gesti con l'intento del ricordo porta ben presto alla saturazione. Qualsiasi vero amante della fotografia non possa esimersi dal cercare un'evoluzione dal suo scopo primario. Credo che il lettore medio di questo libro il primo scalino lo abbia già intrapreso e, salvo rare eccezioni, il primo passo evolutivo transita attraverso la ricerca del "bello" con lo scopo di ritrarlo al meglio.

 

Questa fase la voglio chiamare Riproduzione, sul grafico le assegno il colore giallo (luminosità, luce, sole, calore, "attenzione che il rosso è vicino"). Chi riproduce è spinto dal desiderio dell'esplorazione visiva, cattura ciò che colpisce la sua osservazione che è tendenzialmente attratta da ciò che seduce. Inizialmente il motore d'ispirazione sarà la bellezza, ma la bellezza ha mille volti quindi l'attrazione, lentamente, si sposterà verso l'esotico e poi ancora in direzione del grottesco per stabilizzarsi definitivamente nel "diverso dal comune".
È un passaggio successivo al desiderio del ricordo, mi piace pensare e ipotizzare che sia uno scatto positivo tendente all'alto, un piccolo miglioramento teso al tentativo di comunicare attraverso l'arte fotografica. Rispetto al ricordo, il messaggio diventa condivisibile, ciò che è bello o interessante può diventare argomento comune. Il miglioramento della comunicazione e dell'interesse altrui è legato al fatto che non si documenta più la sfera personale o affettiva. Con questa filosofia di scatto, diventano interessanti luoghi e persone che associamo a uno degli aggettivi riportati pocanzi: bello; esotico; diverso ecc. Quasi tutti gli scatti effettuati nel periodo luglio - agosto rientrano in questo genere e anch'essi nascono dal desiderio di ricordare momenti felici trascorsi in luoghi belli. Le fotografie scattate così sono spesso brutte, non possono riprodurre visivamente i motivi della felicità. Non possiedono profumi, la piacevolezza del sole che colpisce la pelle, la brezza marina o la freschezza dell'aria montana. A ben vedere quindi, il passaggio dal primo punto al secondo non ha permesso una grande evoluzione ma ha solo creato un fotografo che ha esigenze maggiori e riceve ulteriori frustrazioni. I più bravi riusciranno a migliorare sul lato tecnico basando il loro successo sulla capacità di cattura dei toni. L'attrezzatura avrà una funzione fondamentale, ogni nuova macchina fotografica potrà accendere l'illusione di migliorare risultati e successi. La sensazione positiva sarà breve, il vero cambiamento, la crescita creativa è oltre, distante da queste prospettive ma non inaccessibile.
Nulla di male, per carità, con la riproduzione migliaia di fotografi hanno sbarcato il lunario realizzando cartoline turistiche per chi non era in grado di ottenere risultati pregevoli. Locandine di viaggi, depliant di alberghi, cataloghi di oggetti e siti di vendita online vivono di scatti basati sulla riproduzione. Chi sa riprodurre e riesce a farlo veramente bene, ha le porte spalancate nell'industria della vendita d'immagini. Ma per il nostro libro, per i nostri intenti cos'è la riproduzione se non una banale commercializzazione del ricordo?
Il paesaggio, oppure la bella modella ritratta in studio e magari con i seni bene in vista, sono sicuramente un primo passaggio evolutivo per il fotografo 2.0, ma chi si ferma in questo luogo della "Photosophia" è destinato alla noia, al ripetersi delle cose, al vagare sempre in nuovi luoghi perché i vecchi non riescono più a creare stimolo. Si diventa poco a poco dei collezionisti di figurine che si ripetono la frase "ce l'ho... manca". Chi non riuscirà a ottenere risultati validi in questo punto nel cerchio fotografico tenderà a fossilizzarsi sulle espressioni più tecniche della fotografia. Sarà attratto da vari tutorial che promettono miglioramenti in fase di fotoritocco, sarà sedotto da qualsiasi progresso delle fotocamere come se il passaggio a un processore più evoluto possa in qualche modo migliorare l'effetto delle foto prodotte. Il "Riproduttore" o è un professionista che vive delle sue capacità tecniche, oppure è un fotoamatore in eterna crisi che percepisce la superficialità dei suoi scatti ma fatica a evolvere; la crisi del girovagare a vuoto con la macchina appesa al collo con zero scatti effettuati sarà il primo allarme che c'è qualche cosa da modificare nel proprio comportamento. Chi non ha mai percepito una crisi, un dubbio o un'incertezza probabilmente non ha bisogno di passare oltre, fidatevi però, se siete già passati dal primo al secondo punto della Photosophia, non potrete evitare i prossimi.
Lo step successivo è un passo breve come concetto ma enorme come evoluzione: consiste nel mettere una parte della nostra anima in ogni cosa riprodotta. Quest'approccio permette di personalizzare ogni creazione semplicemente mettendo dentro la foto qualche cosa di noi stessi: un pensiero, un concetto anche un'idea anche politica.

 

Siamo nell'ambito del Racconto e ho voluto interpretarlo con il colore verde (l' "ok" a procedere per qualsiasi cosa al di là della lettura psicologica del colore).
Il racconto permette di fare uno scatto a un oggetto rendendolo vivo e personale, apre la mente verso tutte le condizioni fotografiche interessanti ma slegate o distanti dal concetto di bellezza o diversità. È  il luogo del cerchio fotografico, dove bazzicano i fotoreporter che si addentrano nella ricerca della notizia, un po' meno di quelli che si accontentano della cronaca. Chi riesce ad arrivare a questo punto della fotografia può tornare sugli stessi luoghi centinaia volte, a ogni passaggio saprà vedere con occhi diversi perché sarà libero dalla mera ricerca della forma del soggetto. Ovviamente per raccontare occorre avere delle storie, le storie nascono dal di dentro, dalle esperienze o dai pensieri personali: più ci facciamo condizionare dalle mode o dai luoghi comuni, più annacqueremo i nostri pensieri e più ci distanzieremo da noi, e più saremo distanti da questo modo di creare.
Per raccontare non c'è bisogno di attrezzature al top: il racconto è una comunicazione diretta tra chi crea e chi osserva. Ovviamente possedere attrezzature tecniche adeguate è un vantaggio, sarei stupido ad asserire che la comunicazione fotografica è paragonabile all'atto della scrittura; una frase stampata con la inkjet o con la macchina per scrivere è in sostanza uguale ai fini del messaggio, una diversa macchina fotografica o tecnica di stampa impone una differente metodica di lettura delle immagini; ma è indubbio che se l'idea c'è, essa arriva anche con la più misera delle attrezzature. Quindi, semplicemente mettendo un po' più di noi stessi dentro le foto, potremmo trovare interessante tutto ciò che fino ad ora abbiamo sempre evitato. L'odio, il disappunto, la rabbia possono diventare fonte d'idea. Qualsiasi sentimento provato può essere materia di racconto fotografico: l'ironia, l'illusione e quanto più vogliate metterci dentro tanto più troverete da fotografare. Appassionarsi al racconto avvicinerà il fotografo a una nuova forma di comunicazione: quella che si risolve attraverso più immagini in modo crescente e appassionante. Più che a un singolo scatto, a volte legato a questioni di fortuna, il fotografo che racconta impara a sintetizzare il racconto in alcune immagini come una "piece" teatrale con i suoi colpi di scena, intro e conclusioni. Per ottenere buoni lavori occorrono una trama precisa e un obiettivo. Il fotografo deve conoscere cosa sta fotografando e deve avere ben chiaro quale sia il suo punto d'arrivo. Senza questi parametri, il racconto è destinato ad arenarsi, con il concreto rischio di frustrazioni.

 

Alla fine del cerchio fotografico, ancora più su nella gerarchia della creatività fotografica, appena sotto lo stesso cielo, si raggiunge la zona della Rappresentazione, volutamente scritta in azzurro perché è il colore dello spirito, dell'aria e dell'acqua, presenti ma fuggevoli. Il colore delle idee, della freschezza e della magia. Forse il termine Rappresentare non è il più chiaro e diretto ma, non so se l'avete notato, tutte le aree hanno l'iniziale R, e questo l'ho creato appositamente per fare in modo che questa spiegazione sia un po' un gioco da ricordare facilmente come lo è un ritornello o una filastrocca. Con il termine rappresentare intendo l'arte della trasformazione, la forma esplicita che sublima in pensiero, l'oggetto vuoto che si trasforma in concetto, la creatività pura che osserva le cose per quello che sembrano e non per quello che sono. È  sicuramente l'area più vicina all'arte, a volte stupefacente a volte truffaldina, perché scattare è un atto semplice rispetto al creare tramite pennelli e colori, scalpelli e saldatori. Non basterà più osservare con superficialità la nostra realtà ma occorrerà entrare profondamente nel messaggio visivo traducendo creativamente il mondo delle sensazioni. Pur essendomi fermato professionalmente all'area precedente non posso che osservare con invidia e ammirazione chi veleggia lassù nell' "Iperuranio" di Platone: il mondo delle idee. Più che parole, sfrutteremo sussidi visivi per descrivere questa zona così tanto in alto da aver bisogno di esempi piuttosto che di parole.
Il cerchio fotografico finisce qui? No. Vi sono molti altri punti individuabili, si possono prendere due aree e contaminarle per ottenere un risultato diverso, due intenti possono interagire per creare un messaggio particolare; ma questo è materiale per i prossimi capitoli.

CONCLUSIONI - Avete letto tutto? Avete individuato in quale zona effettuate la maggior parte degli scatti? Bene, quella è la zona da cui provenite. Per cercare di elevare la creatività di un singolo scalino passate senza indugio allo "step" successivo e provate a immaginare e a scattare fotografie con una prospettiva diversa. Fatelo per un po', non solo per qualche scatto, dovete vivere la differenza con tutto l'entusiasmo e le difficoltà possibili. Ogni passaggio è un trauma, una quasi caduta che vi obbligherà ad allungare il passo per evitare il ruzzolone. Chi ha da sempre scattato per il semplice Ricordare passi al  Riprodurre, la sua crescita sarà l'individuazione di ciò che è bello e di ciò che attrae. Chi scatta solo nei viaggi o nelle gite s'impegni in un racconto, magari fatto in quegli spazi dove non verrebbe mai in mente di scattare. Nel secondo girone del cerchio fotografico ci soffermeremo molto su ciò che è possibile raccontare, per il momento cercate solo cose o azioni che avvengono intorno a voi, troverete immediatamente l'argomento in cui siete ferrati e diventerà, quasi sicuramente, originale e personale.  Chi è già avvezzo al racconto si butti sulla fantasia progettando e studiando qualche cosa di particolare che non sia il solito "mosso" o lo "sfocato creativo". La ricerca dell'arte non è lo scimmiottare della pittura ma qualche cosa in più. Abituatevi a osservare la luce e le forme, non pensate agli utilizzi e lasciate andare l'immaginazione. Se c'è qualcuno che è già avvezzo alla Rappresentazione il loro l'esercizio sarà quello di passare oltre, cioè di tornare al Ricordo, ma quello del secondo girone. Quello in cui si ripassa dagli stessi spazi e stessi luoghi dopo aver ricevuto degli "occhi nuovi" attraversando i primi 360° della circonferenza.

Un mio vecchio insegnante diceva: "Il paradiso non è facile" e aveva ragione. Ogni crisi ci chiederà una risposta, ogni risposta sarà dentro un cambiamento e ogni cambiamento sarà fonte di disagio. Solo chi si trincera sulle proprie certezze avrà la capacità di armarsi di difese; per tutti gli altri, quelli che vogliono cercare una nuova via, c'è bisogno d'iniziare un cammino dalla meta distante. Potreste persino cominciare a odiarmi perché ho appena scritto e denunciato che il frutto di decenni di vostri viaggi e di meticoloso archivio potrebbe essere solo un ricordo o una piccola riproduzione del reale. Chiedo scusa se non sono stato rispettoso, credo però che per chi avrà voglia d'intraprendere questa esperienza ne risulterà parzialmente cambiato, quasi sicuramente in meglio; per tutti gli altri c'è sempre la possibilità di interrompere la lettura e anche il cammino suggerito.


Il mio primo impatto con la fotografia fu in tenerissima età e si presentò immediatamente in una forma d'amore e d'odio. Amore perché vedevo mio padre felice nei mesi estivi e lo collegavo alla presenza della macchina fotografica. Nei momenti tristi e di fatica, nei luoghi normali e abituale quotidianità, la fotocamera stava nascosta dentro un cassetto. Immota e senza batterie, aspettava solo di dare un significato alla sua esistenza. Odio perché mio padre aveva la brutta abitudine di scattare foto a luoghi interessanti attraverso la posa di mia madre, di me e mio fratello. Con questa strategia tentava di mascherare la sua incapacità di riprodurre immagini d'alto livello paesaggistico.
A seconda del viaggio, i rullini potevano essere due o tre al massimo. Di quel centinaio di foto scattate solo una manciata, quelle fatte per finire il rullino, non avevano le mie smorfie ritratte.
Era il suo modo di abbellire il ricordo oppure il suo modo di ricordare meglio i luoghi. Foto noiose per noi, suoi famigliari, insopportabili per tutti i suoi amici invitati in apposite serate a osservare interminabili slide show che finivano sempre con discorsi buttati a caso pur di accelerare la conclusione della proiezione.
Ero piccolo e mio padre mi perdonava l'arroganza quando senza mezze misure gli dicevo che le sue foto non mi piacevano;
"Il re è nudo" urlava il bambino, ma nessuno aveva il coraggio di dargli ragione: così nella fiaba, così nella mia fanciullezza. Probabilmente avevo già una predisposizione, oppure me l'ha regalata mio padre a forza di osservare sempre gli stessi scatti con me che crescevo e gli sfondi che cambiavano. Non avevo conoscenze o argomentazioni per dirgli cosa avrebbe dovuto fare, come avrebbe potuto migliorare quella sequela di scatti brutti. Così, un po' scimmiottandolo, un po' per darmi un tono nei confronti degli altri miei compagni delle elementari in un remoto Natale del 1972 mi feci regalare la prima macchina fotografica: una Kodak Instamatic 133 carica di un rullino da dodici pose in bianco e nero.
Ho ancora le stampe realizzate, e osservandole all'interno del portafotografie ho avuto l'opportunità di vedere il mio giro iniziale all'interno del cerchio fotografico.
Gli scatti iniziali sono dedicati al ricordo (guarda caso), il primo in assoluto ai miei gattini di allora di cui ho perso reale memoria. Ora li riconosco solo perché lo sfondo dello scatto riporta alcuni elementi della casa dei miei genitori, immutati nel passare del tempo. Il secondo scatto era dedicato a mio fratello e la sua moto Aspes 50 Navajo (e qui il ricordo si fa più preciso anche nei confronti dell'oggetto cavalcato). Il terzo un ritratto dei miei con il vestito della domenica (sì, nei paesi come il mio si usava ancora negli anni '70). Al 4° compariva un ingenuo ritratto posato del mio compagno di classe preferito. Il 5° e il 6° (ben due foto) le avevo realizzate a un fortino stracolmo di soldatini in combattimento. Non importava se guerrieri indiani sparavano a soldati tedeschi della seconda guerra mondiale, per me quella era la scena più bella che potessi riprodurre: il mio divertimento. La 7° foto era lo scatto della facciata di una bella casa del mio paese, l'8°, scattata pochi minuti dopo, riprendeva la facciata dell'abitazione più vecchia del mio paese, e tentai di rendere leggibile un'iscrizione sulla sua facciata. Ero arrivato velocemente al racconto, non lo sapevo, ovviamente, ma avevo trovato già la mia via preferita e fu proprio quella foto che portai a scuola per vantarmi dei risultati, raccontando tutto quello che i miei genitori mi avevano narrato su quella casa. Ricordo che dopo questo scatto ne feci altri quattro velocemente, non vedevo l'ora di portare il rullino dal fotografo per far stampare i B/N e, come tutti i fotoamatori di allora, pur di non sprecare un centimetro di pellicola feci quasi a caso le fotografie rimanenti. Due di essi ritraggono carri allegorici, scatti terribili ma che hanno suggerito il periodo preciso in cui furono realizzati, gli ultimi due non sono presenti, probabilmente non furono mai stampati. Ricordo che avevo cercato d'inseguire uno dei gatti mentre scappava dal mio tentativo di cattura fotografica. Ne nacque, probabilmente, un panning o più probabilmente un mosso incomprensibile che il fotografo non osò stampare evitando così che i miei genitori si lamentassero. Purtroppo i negativi (cose inutili per un bambino a digiuno di tecnica fotografica) sono andati persi e forse per quel motivo il mio modo di "navigare" attraverso il cerchio fotografico tende sempre a rallentare, quasi ingrippandosi, nei paraggi della Rappresentazione.
Da quel primo rullino ho capito che sempre e comunque cerchiamo un consenso. Che venga dai genitori, dagli insegnanti o dai followers dei nostri social il risultato non cambia, più che il miglioramento cerchiamo i like. Più che la crescita personale vogliamo l'approvazione di massa creando dei vortici che finiscono per inghiottire tutti nel fare le stesse cose e sperare che diventino virali.
Ci ho messo parecchi anni per sgravarmi dalle spalle il peso oppressivo del fare ciò che vogliono gli altri, adesso sono io che decido come e cosa fare delle mie foto. Libero da maestri e quasi indipendente dai clienti che vogliono sempre le stesse cose, incapaci di vedere oltre il loro naso... uno dei pochi privilegi che il tempo regala a chi accumula saggezza (leggete pure vecchiaia).


La Kodak Instamatic 133 con lente in pura plastica e otturatore fisso a 1/30".

 


La casa con l'iscrizione dell'800 utilizzata come cambio cavalli nel periodo napoleonico. Oggi completamente ristrutturata non ha più nulla di storico da mostrare.

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Commenti

Questo è effettivamente

Questo è effettivamente l'articolo su cui bisogna darsi da fare. Ho già iniziato l'impaginazione del futuro libro e aspetto solo voi.
Fate molta autocritica e mettete foto di ogni argomento perché ci sarà bisogno di materiale d'altissima qualità!!

Ritratto di ironwas
di ironwas [maestro]

Iscritto dal 17 novembre 2009

le famose 4 R che hai

le famose 4 R che hai spiegato 2 estati or sono anche al circolo fotografico che frequento.
Sulla scrivania ho sempre in evidenza il foglio con l'appunto disegnato..chissà mai che mi sia servito a qualcosa :-)

Ritratto di scaraluca
di scaraluca

Iscritto dal 08 marzo 2013

Tu sei in vantaggio rispetto

Tu sei in vantaggio rispetto a tutti!!!

Ritratto di ironwas
di ironwas [maestro]

Iscritto dal 17 novembre 2009

Molto stimolante, proverò a

Molto stimolante, proverò a pubblicare il più possibile, per migliorare e 'stuzzicare' il mio percorso fotografico.:-)

Ritratto di giordano349
di giordano349

Iscritto dal 22 novembre 2013

Affascinante... ma purtroppo

Affascinante... ma purtroppo in questo momento ho letto con scarsa attenzione.
Domani ritorno a Cagliari... sono tornato da lì il 5, per problemi di gestione della salute dei miei genitori.
Ho detto che avrei collaborato... spero davvero di poterlo fare se la situazione me ne lascerà il tempo.

Comunque un saluto e buone foto a tutti quelli che potranno scattarle!

Ritratto di lodovico
di lodovico

Iscritto dal 24 maggio 2012

Molto interessante. Un fare

Molto interessante.
Un fare ordine e un tracciare la rotta o le rotte per naviganti naufraghi nel mare dell'inconsapevolezza...dal "click" istintivo al "click" meta-istintivo.
Bisogna mescolare e impastare...oppure se quella é la propria vera dimensione: "fermarsi" dinamicamente (?).
Guardando la figura e leggendo il racconto mi sono ricordato di un film: "Il 5° elemento" di Luc Besson.

Ritratto di ANGEL.ABBOTT008
di ANGEL.ABBOTT008

Iscritto dal 28 dicembre 2010

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