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Lezioni di fotografia

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Fotoritocco La luna nel pozzo

Di Max Ferrero

Concludiamo il discorso sul color grading passando per il mito greco e la lezione che il cinema può dare alla fotografia

I GRECI - Prima di “loro” ogni cosa e ogni evento inspiegabile era attribuito a un dio. Le società più evolute e osservatrici possedevano un pantheon infinito e sulle avventure degli dei cercavano di spiegare gli eventi incomprensibili della vita. Poi arrivarono loro: gli antichi greci che, pur senza sconvolgere del tutto gli attributi magici a questi esseri soprannaturali, cominciarono a pensare che forse potesse esistere anche qualche cosa di più di “qualcun altro” che decide per noi e tutta l’umanità, immaginarono che tutti quegli dei erano il frutto e il risultato di qualche cosa ancora superiore.

TEORIE SULL’ORIGINE - Probabilmente fu l’aria salmastra carica di iodio, oppure la loro attività preminente, la pastorizia, che permise ad alcune menti illuminate di cercare il principio generante, nelle lunghe ore di attesa osservando le greggi. Ci volle tempo e passione, ma giunsero alla conclusione che il principio del tutto avrebbe dovuto essere diverso dagli esseri che adoravano, ancora più potente e astratto. Iniziarono dalle cose più semplici come la convinzione che tutto fosse nato dai quattro elementi, poi passarono ai numeri (teoria non del tutto superata a pensarci bene) per giungere alla massima astrazione di Anassimandro che, genialmente, individuò in un’entità indefinibile e indescrivibile il sunto di tutta la creazione: l’àpeiron cioè l’infinito.


Il Kronos di Rubens

 

DALLA FEDE AL POSITIVISMO - Ma non è tanto la descrizione dell’arché (da cui deriva la parola archetipo) che vorrei disquisire per poi approdare a lidi più fotografici, bensì l’astrazione che i greci seppero distillare e che consegnarono a tutte le successive civiltà occidentali. Il pensiero elevò l’animo, sganciò il mistero dagli atti divini, rese l’uomo libero di credere al destino o al libero arbitrio, lo liberò dal gioco del volere di stupidi e viziati dei, gli fece però comprendere di essere solo, mortale, limitato e piccolo. Da allora e poco a poco il pensiero e la società occidentale entrò, salvo un periodo di furore cristiano, in un pensiero nichilista con “l’angoscia di vedere sparire le cose: dai più intimi affetti a tutto il resto” (da “Catturare il tempo” di Diego Mormorio).

ZEUS E KRONOS - Zeus si era salvato dalla fame di suo padre, Kronos, divenendo immortale e liberando dallo stomaco del padre tutti i suoi fratelli, futuri dèi dell’Olimpo. Il dio più grande di allora sconfiggeva il tempo e anche la morte, qualche secolo dopo la stessa impresa toccà al nostro figlio di Dio in un modo più nobile ma dal medesimo significato astratto: la fede aveva la forza di uccidere il tempo, ma il tempo avrebbe indebolito le loro religioni e tutti gli dèi non avrebbero più sollevato l’uomo dal destino e dalla paura della morte e della fine.

LA FOTOGRAFIA VINCE IL TEMPO - Quale incredibile stupore deve essere stato l’annuncio ufficiale della fotografia durante l’era positivista dell’Ottocento. La caducità di ogni esistenza poteva essere fissata permanentemente in una lastra di peltro a eterna perpetuazione di un’immagine. Kronos era nuovamente sconfitto, l’intelletto umano era riuscito a trovare un espediente per rendere immortale un’immagine, forse presto, avranno pensato, la scienza riuscirà a bloccare il tempo e l’età. Ma lì, le speranze s’infransero su scogli ben più complicati e le speranze rimasero nelle pagine di Frankenstein e al mesmerismo, strano accrocco di magnetismo ed elettricità, tanto in voga allora.


Il Kronos di Goya

 

RITRATTI SEMPRE PIù NUMEROSI - Dal 1839 alla fotografia, con poche eccezioni, fu assegnato il compito di tramandare, di descrivere, di delineare la realtà senza sconvolgere le convinzioni e senza apporre personalismi. Si registrarono i volti dei potenti, poi dei borghesi e poi, con le migliorie tecnologiche e i minori costi, divenne l’arte del ricordo per tutti. Prima si congelarono i momenti salienti, quelli che la Chiesa aveva già concepito come sacramenti: battesimo, cresima, eucaristia, matrimonio, unzione degli infermi, poi quelli più laici e fugaci: ferie, vacanze, compleanni, domeniche libere. Il progresso fu concepito in funzione al numero di ricordi concessi di essere ripresi e tramandati, fino ai tempi odierni in cui si registra tutto per non ricordare poi nulla veramente.

IL RUOLO DEL CINEMA - Pochi anni dopo la nascita della fotografia, toccò alla cinematografia fare il suo ingresso. Nata da una costola dell’arte del singolo scatto, non era altro che una fotografia moltiplicata e trasmessa per replicare il movimento e stupire. Già, stupire e non ricordare. Fin dal 1895 il concetto della cinematografia non fu quello di perpetrare gli eventi e vincere il tempo, ma di alleviare lo spettatore con la magia dell’osservazione e la visione dell’immaginifico. Potrebbe sembrare una forzatura, ma se volessi fare un esempio lampante, userei la luna come soggetto: un fotografo odierno s’impegnerebbe a trovare la notte migliore, magari acquisendo conoscenze astronomiche e facendo di tutto per usufruire del più potente obiettivo a disposizione per ingrandire al massimo il satellite sul sensore.

 

LA LUNA OGGI COME IERI - Il risultato ai primi del ‘900 sarebbe stato più o meno come lo scatto che riportiamo qui sopra, realizzato nel 2018. Sicuramente avrebbe avuto meno nitidezza, meno precisione di crateri, mari e depressioni, ma l’immagine sarebbe pervenuta assai simile.
Georges Meliés, mago e artista della prima cinematografia mondiale, seppe osservare la luna senza guardarla direttamente, la trasformò con la fantasia alterandola in un simbolo eterno per l’umanità.


Luna di George Meliés

 

IL CORAGGIO DI CAMBIARE - Il cinema ha sempre saputo distinguersi, non ha mai avuto paura della trasformazione, della mutazione e della metempsicosi. Si è sempre distinto dalla semplice riproduzione della realtà (a parte il genere documentaristico) proponendo continue idee innovative, sviluppi tecnici ed elaborazioni mentali. Non si discute quasi mai sul valore artistico della cinematografia, avrei molto da ridire sul valore artistico della stragrande maggioranza delle produzioni fotografiche, anche di medio/alto livello.

UN FILM DI SCORSESE - Dopo circa 900 parole scritte, mi accorgo che tutto era solo un’introduzione al concetto che mi premeva concludere: quello della color correction o color grading.

 

Rimaniamo nell’ambito di Giorges Meliès. Qui sopra potrete osservare il manifesto del magnifico film di Martin Scorsese che rende omaggio al vecchio artista, attraverso una narrazione romanzata della sua vita. Se vi capita, andatelo a rivedere e, dopo un’attenta osservazione, sforzatevi di considerare come e quanto i colori delle immagini siano stati alterati: il tutto per accentuare le sensazioni visive e percettive che Scorsese voleva inculcare agli spettatori. I singoli fotogrammi potrebbero apparire esagerati e artefatti, ma nell’insieme, proiettati con ritmi giusti e musica coinvolgente non sono mai recepiti come fastidiosi e ridondanti. Si entra in un pensiero fantastico e il messaggio che ci giunge non è percepito come storia ma come favola.

TRASMETTERE L'EMOZIONE - È la lezione che il cinema regala a ogni purista fotografico. La cinematografia è libera dall’impegno della sconfitta di Kronos, essa permette all’estro di guardare nel pozzo e vedere lune diverse che altri occhi non saprebbero osservare, tantomeno immaginare. Smettiamo, noi fotografi, di chiederci sempre se ciò che vediamo corrisponde al reale. Smettiamo anche di esagerare passando dalla riproduzione più ovvia all’elaborazione pomposa e turpe. Preoccupiamoci di trasmettere l’emozione che avevamo al momento dello scatto, lasciamo che Kronos mangi quello che vuole, se lo farà, dopo che nella nostra vita avremo realizzato Belle cose, allora sarà stata una Bella vita.
Con questo pensiero anche un fotoreporter come me si sentirà libero dalle fauci del vecchio Titano greco, potrò esprimermi come meglio credo senza il bisogno di tagliare, cancellare o mettere oggetti, basteranno i colori, la loro aggiunta e accostamento per regalare emozioni potenziate che mille artifici pomposi non sapranno mai realizzare.

Hiroshima 2010

CONTA IL PERCHE' - Non potrebbe trattarsi di un articolo fotografico se non lo chiudessi con un esempio pratico di cosa significhi applicare una color correction che alteri la visione generale ma migliori l’emozione. Le 6 immagini prescelte sono state pubblicate prima con una postproduzione classica che prevede correzioni di taglio, esposizione e bilanciamento colore (procedimento base con Lightroom). Le stesse foto sono state poi elaborate con vari sistemi (non c’è un solo metodo per ogni scatto) al fine di potenziare la sensazione di tragedia e quiete provata in quel museo/sacrario della città martire giapponese. Come al solito vi consiglio di ricercare le domande nel perché e non di soffermarvi al come. Difatti vi faccio guardare, non vi dico come sono state fatte.

 

 

Ora lo stesso servizio riveduto e proposto con varianti cromatiche e di fuoco


 

Altre foto le potrete trovare sul sito: http://www.maxferrero.it/sito/portfolio-view/hiroshima-peace-memorial-museum/

 

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Una fotografia che emoziona è

Una fotografia che emoziona è una fotografia che riesce a stabilire una relazione.
Tramite il cinema e il colore hai messo in risalto elementi fondamentali del senso fotografico.
La tecnica deve aiutare a veicolare l'emozione, il significato, la bellezza, sè stessi, la relazione soggetto-oggetto-esperienza-mondo.

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di ANGEL.ABBOTT008

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