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Lezioni di fotografia

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Teoria Lasciare spazio al vuoto

Di Max Ferrero

Dal semiologo Barthes all'esperienza del fotoreporter: come osservare le immagini senza preconcetti

STUDIUM  E PUNCTUM - C'è un libro particolare che sta alla fotografia come La Divina Commedia sta alla poesia, si tratta de La Camera Chiara di Roland Barthes. Se digitate su internet troverete immediatamente la biografia dell'autore e una moltitudine di "tuttologi" che condensano in poche frasi le 119 pagine del saggio, spiegando velocemente il significato dello studium e del punctum, dimenticando completamente il sottotitolo del libro che indica chiaramente "Nota sulla fotografia".

 

Roland Barthes (1915 - 1980) è stato un saggista, un critico letterario ma soprattutto un semiologo francese, cioè uno studioso dei segni e dei modi in cui questi raggiungano delle significazioni. Per lui l'apprendimento della fotografia, quindi, è stato uno studio da una posizione privilegiata, da un palco o da una loggia, osservando lo spettacolo e criticandone le scene. L'impressione che si ha, leggendo attentamente tra le righe, è che Barthes si avvicini a un tentativo di comprensione generale del linguaggio fotografico, attraverso appunti e spunti saltuari. La spiegazione e il tentativo di capire la forma di comunicazione visiva avviene tramite appunti, quasi aforismi, la maggior parte delle volte si denota un atteggiamento denigratorio, altre annoiato spesso chiaro, netto e incisivo. Si percepisce che per Barthes la fotografia è uno studio di segni tendenzialmente banali e noiosi, persino la foto documentaristica, quella che nel tempo è ascesa a forma d'icona, la intravede come una ripetizione di avvenimenti con l'unico scopo di tramandare gli eventi accaduti. Quando concepisce i termini “studium” e “punctum” tenta di dare una classificazione alle foto che osserva. Asserisce che nello studium c'è tutto ciò che è necessario per comprendere le intenzioni dell'autore. Lo studium è il pensiero del fotografo, la sua capacità riproduttiva e la descrizione degli eventi in quel determinato giorno e in quel preciso luogo. Il punctum, diversamente, è qualcosa d'imprescindibile che capita, avviene oppure è presente nell'immagine ed è capace di pungere (punctum appunto) l'osservatore dando una sferzata d'energia e d'interesse.

NON CONFONDERSI - Per la maggior parte dei lettori quel punctum è diventato l'espediente capace di catturare l'attenzione dell'osservatore, è convinto di seguire la via maestra perché Barthes, un maestro del segno e dei suoi significati, ha aperto la via della comprensione. Purtroppo tutte queste persone hanno confuso ciò che si chiama colpo di scena (studiato ad arte dal regista o dal fotografo e quindi sempre studium) dalla vera frustata che non deriva da un particolare stratagemma ma da un fatto quasi esclusivamente personale, che in quel momento ha la forza di commuovere e di "illuminare". Per spiegare meglio il punctum, Barthes utilizza una foto e la intitola "la Foto del Giardino d'Inverno". Essa ritrae sua madre all'età di 5 anni, catturata con il fratello all'interno di un giardino, la descrive ma non la mostra ai suoi interlocutori. Da quel punto, il libro sembra diventare più intenso e profondo. Barthes prende coscienza della potenza visiva della fotografia e s'accorge che gli studi fatti sui segni sono diversi rispetto a quelli da affrontare con il ritratto del "vero". La foto di sua madre, anzi no, del corpo di bambina di sua madre, gli fa toccare con mano l'essenza della persona più amata della sua vita e il punctum si riversa in forme di dolore e di dolcezza infinite. Quasi al termine delle sue disquisizioni scrive e commenta:
(Io non posso mostrare la Foto del Giardino d'Inverno. Essa non esiste che per me. Per voi, non sarebbe altro che una foto indifferente, una delle mille manifestazioni del "qualunque"; essa non può affatto costituire l'oggetto del visibile di una scienza; non può fondare un'oggettività, nel senso positivo del termine; tutt'al più potrebbe interessare il vostro studium: epoca, vestiti, fotogenia; ma per voi, in essa non vi sarebbe nessuna ferita).

 

Lo dice tra parentesi come per enunciare una verità sofista ammettendo che per ognuno la verità è diversa, mettendo delle maiuscole a Foto e a Giardino d'Inverno per sottolineare quanto quei sostantivi sono importanti e appaiono come il vero punctum della sua osservazione.
La scrittura del libro “La Camera Chiara” avviene pochi mesi dopo la morte della madre e precede di pochi mesi la sua morte. Sembra una testimonianza, un passaggio di consegne da chi ha trovato il significato profondo della fotografia e vede l'orizzonte finire a pochi passi da lui. Sceglie l'immagine fotografica come concetto universale di eternità, perché l'eterno è immoto, congelato nel pensiero e nel ricordo che ognuno di noi ha diverso dall'altro ma che un'icona, un feticcio riproduttivo sa e può rievocare.

TECNICHE PER I COLPI DI SCENA - Questo punctum prima di Barthes esisteva anche senza essere codificato, come il fuoco è sempre esistito ancora prima che l'uomo imparasse ad usarlo, ma la maggior parte dei fotografi connetteva il "colpo allo stomaco" alla "percossa dell'anima". Il colpo di scena è quell'artificio tecnico che un buon artigiano sa mettere nelle sue opere per evitare distrazioni, per catturare l'attenzione e non passare inosservati. Ci sono mille trucchi per ottenerli, e a ogni nuova tecnologia si aggiunge un'ulteriore possibilità. Un ottimo artigiano conosce il più alto numero di espedienti possibili, ciò gli permette di dominare le situazioni e di portare a casa sempre un minimo di successo. Le "sorprese" possono essere elencate per macrocategorie, e già Barthes lo fece, sempre ne “La camera chiara”.

  1. Il raro, si presenta in un'immagine in cui avviene qualche cosa di particolare, oppure in un luogo remoto ed esotico, uno di quei posti che solleticano l'immaginazione e l'interesse.
  2. L'attimo fuggente, un istante colto sapientemente e al momento opportuno (l'orso che cattura il salmone, il martin pescatore che gettandosi in acqua cattura un pesce, l'attimo d'esaltazione di un calciatore dopo aver segnato o la goccia di latte che, cadendo in un vassoio colmo del medesimo liquido, genera schizzi ordinati e geometrici).
  3. Le contorsioni tecniche, una qualsiasi metodologia che permetta di essere un passo avanti tecnicamente rispetto a tutti gli altri colleghi/appassionati/concorrenti. L'utilizzo di ottiche o fotocamere improponibili per i semplici amatori, la falsificazione e costruzione di un gesto apparentemente reale, l'HDR, la postproduzione appesantita, il fotoritocco abbondante e sostitutivo.
  4. La trovata, che può essere la somiglianza, l'apparenza, il sillogismo, la cattura prospettica o la ripresa da luogo privilegiato, la quinta scenica, la soglia concettuale, la prospettiva sovrabbondante, la deformazione e così via.

Tutte queste sorprese non sono sbagliate, non sono da evitare, sono semplicemente da considerare per quello che mostrano e che valgono. Dal punto di vista dello studium, probabilmente servono tutte, magari limitando le esasperazioni determinate da mancanza di cultura fotografica. Quando si cerca la sorpresa ci si distanzia dal punctum perché si "punge" con l'astuzia e non si persegue la vera emozione.

TROVARE NUOVI STIMOLI - Da fotoreporter, questo concetto mi è parso alieno, alla prima lettura del libro quasi mi offesi nel pensare che tutto il mio lavoro non era altro che studium senza anima e passione (ovviamente è una forzatura ma il succo era questo), gli anni dedicati alla ricerca sociale e alla denuncia delle ingiustizie diventavano una semplice documentazione storica dei passaggi culturali di un'epoca. Ma ricevere uno schiaffo morale su ciò che abbiamo sempre pensato dei nostri scatti è anche il mood di "La foschia dell'immaginazione". È necessaria una delusione per ripartire su nuovi concetti di rinnovamento, ancor di più per quei professionisti che, come me, si sono tracciati un percorso chiaro e preciso senza più porsi dei problemi o delle domande, rischiando di fossilizzarsi sullo stesso schema e pensiero.

FACCIAMO IL VUOTO - Voglio proporre un paio di esercizi, quasi dei giochi che non vogliono essere utili ad una possibile carriera fotografica, piuttosto possono essere paragonati a degli stimoli per comprendere meglio il nostro modo di vedere e di sentire:

  1. Ritrovate i ricordi di famiglia, più sono legati a persone care e più avranno impatto nel vostro percorso cognitivo. Ponetele davanti a voi e osservatele con animo aperto. Spostate quelle che non vi comunicano nulla ma non escludetele dalla vostra visuale, mettete in risalto ciò che vi cattura ma non siate assolutistici e frettolosi. La scelta deve avvenire nel silenzio del pensiero e nel pieno dell'emozione. Il nostro cervello è perfettamente separato in due emisferi cerebrali; uno comunica con l'altro per offrire uno spettro ampio della realtà ma le loro funzioni sono diverse e opposte. L'emisfero sinistro è (nella maggior parte dei casi) logico e analitico (studium), quello destro è percettivo e creativo (punctum). Dovrete poco alla volta entrare nell'emisfero destro, sentire le emozioni e non farvi colpire dai concetti. Se una foto vi cattura perché i vestiti o le macchine sono particolari, allora state entrando nella logica, nella conoscenza e nella storia. L'emozione ha una strada precisa, ed è quella di fare il vuoto alla razionalità; troverete il punctum quando avrete fatto il vuoto sulle domande, quando il senso razionale del tempo sarà sfuggito dalle vostre sensazioni e davanti a una foto di cui non trovate il senso vi ritroverete emozionati. Quello è il punctum, e dopo essere stati punti potrete riaccendere il lato logico del vostro Io per chiedervi il motivo per cui quell'immagine vi abbia percossi. Dare coscienza e razionalità agli impulsi apparentemente irrazionali è come saper dominare il daimon che c'è in noi.

“Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi
sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve
un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è
unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo
tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon
che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del
disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro
destino”.

J. Hillman, Il codice dell’anima

  1. Scegliete uno spazio vuoto, insignificante ma intimo e possibilmente personale, immergetevi all'interno dedicando tempo e fatica per osservarlo. Imponetevi di resistere al suo interno anche se non vi trovate nulla di interessante da fotografare e aspettate pazientemente finché qualcosa v'ispirerà e colpirà la vostra attenzione. Coglietela al meglio di quanto sappiate fare con la fotografia, ma non cercate espedienti o sotterfugi; evitate qualsiasi desiderio di tecnicismo, cogliete solo l'ispirazione come si potrebbe staccare un fiore di campo. Magari chiudete gli occhi al momento dello scatto come se coglieste un profumo nell'aria, fate il vuoto nel lato sinistro del cervello e inspirate con il destro. Non guardate il risultato nel monitor, possibilmente oscuratelo, è questo il vero senso dell'analogico, non la macchina che si usa, non il sensore o il rullino, ma la piena capacità dei sensi e la magia del pensiero di aver catturato un istante irripetibile tenendosi stretto il dubbio del risultato per tutto il tempo che occorre.

EPILOGO - La prima foto dell'articolo è uno scatto del 1943 circa, realizzata a San Genesio, frazione di Castagneto Po, in provincia di Torino. Lo studium è la didascalia che avete appena letto con data e riferimenti geografici, lo studium è l'osservazione dei vestiti degli scolari di circa 80 anni fa oppure l'analisi dei capitelli dell'ingresso della chiesa, che sono rimasti uguali e inalterati. Per uno storico della fotografia sono studium anche i riflessi anomali che si presentano sulla superficie della stampa e che determinano la tecnica usata, attraverso l'uso di pigmenti al carbone e bicromato di potassio. Un metodo obsoleto per quei tempi, anche se ancora molto in uso nei piccoli centri di provincia.

La seconda foto è un particolare della prima e, per me, è il punctum. Si tratta di mia madre all'età di 6 anni. Il suo volto di bambina è al di là del tempo e dello spazio, la sua lieve sfocatura crea il vuoto nel mio razionante visivo  e apre lo spazio all'immaginazione di tutto quel che è e di tutto ciò che è stata mia madre. Come per Barthes, la mia emozione vacilla davanti alla rappresentazione dell'amore incondizionato, più fortunato di lui perché è ancora viva e posso godere di questa presenza attraverso la sua esistenza e a una piena consapevolezza fatta di vuoto del raziocinio.

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Commenti

Bell'articolo, Max! ;-)

Bell'articolo, Max! ;-)

Ritratto di aesse
di aesse

Iscritto dal 18 novembre 2010

Grazie Andrea

Grazie Andrea

Ritratto di ironwas
di ironwas [maestro]

Iscritto dal 17 novembre 2009

Ho comprato e letto il libro

Ho comprato e letto il libro di Barthes circa tre anni fa e lo trovai molto interessante.
Molto razionalizzante ma anche molto emozionante (anche il razionalizzare può essere emozionante in sé) perché tendeva a creare presa di coscienza e consapevolezza del gesto e del prodotto fotografico.

Il tuo articolo é sinteticamente illuminante.
Descrive e aggiunge "chiarezza".
Aggiunge un sapore mistico, spiritualistico, che la fotografia non dovrebbe sottovalutare o mettere da parte.

Ritratto di ANGEL.ABBOTT008
di ANGEL.ABBOTT008

Iscritto dal 28 dicembre 2010

Guarda che con tutti sti

Guarda che con tutti sti complimenti poi mi monto la testa!!!

Ritratto di ironwas
di ironwas [maestro]

Iscritto dal 17 novembre 2009

Non sei il tipo...perché tu

Non sei il tipo...perché tu sei un vero Maestro.
E il vero Maestro sa di sapere e sa di non sapere.
Che tutto é pieno, tutto é vuoto.

[Ho parlato quasi come un saggio orientale (?)]

Ritratto di ANGEL.ABBOTT008
di ANGEL.ABBOTT008

Iscritto dal 28 dicembre 2010

metti la cera... togli la

metti la cera... togli la cera...

Ritratto di ironwas
di ironwas [maestro]

Iscritto dal 17 novembre 2009

Beccato

Fino a poche settimane fa non avrei riconosciuto la citazione, ma poi ho visto il film da cui è presa... The Karate Kid per vincere domani. Non sono un gran cinefilo, o almeno non lo ero, e soprattutto mi manca una serie di film "cult" per la mia generazione...

Ritratto di Giulio Mandara
di Giulio Mandara

Iscritto dal 01 febbraio 2010

Bravo Giulio!

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Ritratto di ANGEL.ABBOTT008
di ANGEL.ABBOTT008

Iscritto dal 28 dicembre 2010

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